Lo str@mp@mondo rinasce...

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martedì 1 maggio 2007

A.Caggiula-LE ALI ROTTE E ALTRI RACCONTI-


LE ALI ROTTE
È un giovane senza importanza collettiva,
è soltanto un individuo.
Louis Ferdinand Celine, L'Eglise

Si richiuse la porta alle spalle. Finalmente era a casa, nella sua stanza. Era buio. Non si distinguevano gli oggetti, i pochi mobili, i suoi libri sul tavolo. Tutto era avvolto dal buio e dal silenzio, e ora, come un abile cieco, si muoveva in quell'oscurità.
Non volle accendere la luce. Aveva molti ricordi in quella stanza e il buio gli sembrava quasi un passo verso l'oblio. Raggiunse il letto e vi si buttò sopra. Si ripeteva "È finita" come se volesse convincersi di qualcosa o meglio come se dovesse convincersi. Forse ora l'evidenza dei fatti l'avrebbe aiutato, forse sarebbe stato peggio. Si sentiva così pesante, come se qualcosa di indefinito gli premesse sullo stomaco e su ogni altra parte del corpo. "È finita": l'ultima volta che l'aveva detto era stato dopo aver superato il suo ultimo esame. Anche adesso era finita ma in questo caso non l'aveva voluto lui. Gli era stato imposto dall'esterno. Con quale diritto? Se l'era trovato davanti quell'"È finita". Egli aveva solo avuto il coraggio di pronunciarlo: il coraggio. Chiuse gli occhi, vedeva ugualmente tutto scuro ma così poteva mettere in funzione la sua immaginazione: poteva far apparire davanti a sé tutto ciò che voleva. L'immaginazione visiva per lui era un modo come un altro per fuggire da tutto ciò che gli era intorno e poi era facilissimo: bastava chiudere gli occhi.
Quel giorno si accorse di non essere più libero, non poteva controllare la sua immaginazione visiva. Era una sola l'immagine che gli appariva davanti.
Si sforzava di cancellarla, di pensare ad altro, di scriverci sopra "È finita". Ritornava sempre ostinatamente. Era come se non fosse più il suo cervello a controllare le immagini, ma qualcuno dall'esterno. Quel qualcuno era arrivato a tanto? Una lacrima scese sulla sua guancia.
Non era più libero, era finita.
Il giorno dopo si trovò sul letto nello stesso modo in cui era rimasto la sera precedente. Era vestito tranne per le scarpe. Era come se non ricordasse niente o non volesse farlo. Erano le sette e un raggio di sole entrato da uno dei buchi della finestra gli puntava dritto sul viso, negli occhi. Riusciva a vedere nella stanza, era tutto come l'aveva lasciato la sera precedente prima di uscire. Sul suo tavolo era tutto in disordine. Non succedeva quasi mai a lui. Si preoccupava sempre di mettere ogni cosa al suo posto prima di uscire o comunque quando finiva di studiare. La sera precedente non l'aveva fatto. Era successo tutto così in fretta. Era uscito solo per un impulso improvviso. Non sarebbe dovuto uscire. Perché l'aveva fatto?
Guardò la parete vicino al letto e il suo sguardo si posò sulla foto. Ora avrebbe dovuto toglierla. Allungò una mano rimanendo sempre disteso, afferrò la foto, la strappò con violenza e rabbia e la buttò a terra. Ora era davvero finita, iniziava a volerlo lui, non poteva essere altrimenti. Chiuse gli occhi, ma ancora una volta gli apparve quell'immagine. Si sforzò di cancellarla, quando ci sarebbe riuscito sarebbe davvero finito tutto. Cercava di scriverci sopra "È finita" ma l'immagine dietro restava. Sfocata, dai contorni imprecisi, lo guardava, si prendeva gioco di lui. Non era ancora libero, non era ancora finita veramente. Provò a chiudere gli occhi nuovamente. Vedeva sempre quell'immagine. Non lo lasciava fuggire neppure nell'unico modo in cui lui poteva farlo. In basso questa volta vedeva qualcosa muoversi in modo frenetico: era una farfalla che batteva le ali senza riuscire ad alzarsi da terra.
Aprì gli occhi. Quella farfalla gli ricordava il sogno fatto in quella notte. Era proprio come nel sogno: una farfalla con le ali in parte rotte che precipitava a terra. Si ricordò quando da bambino, al parco, si divertiva ad inseguire farfalle. In particolare, era un tipo che a lui piaceva. Era di colore giallo molto vivace e con i bordi delle ali blu scuro. Lui la chiamava la farfalla della fortuna. Un giorno ne seguì una, aspettò che si posasse su un fiore e riuscì a prenderla. La teneva per le ali, stretta tra il pollice e l'indice. Le spezzò una parte di entrambe e la lanciò in aria. La farfalla cominciò a battere velocemente le ali in parte rotte, forse perché sapeva di non farcela a volare e in quel modo forse istintivamente tentava di compensare alla mancanza di una parte di esse. Raggiunta una certa altezza ricadde velocemente giù continuando a battere le ali sempre più forte. Il giorno dopo, ripassando nel punto in cui era caduta, Jean, la trovò morta. La sua unica colpa era stata quella di scegliere proprio quel fiore. La sua morte era solo una coincidenza: la presenza contemporanea di lei sul fiore e di Jean.
Ora era lui che si sentiva come quella farfalla: aveva le ali rotte. Era bastato un momento, uno sguardo per sentirsele strappare di dosso, per sentirsi lanciato in aria, deriso per essere volato su quel fiore. Ora quell'"È finita" pronunciato da lui lo faceva precipitare. Aveva sbattuto con la faccia a terra, cercava di rimettersi in piedi ma non avrebbe più volato. Quella farfalla aveva con ostinazione, forse per istinto forse per stupidità, riprovato a volare, riprovato a battere le ali pure a terra. Avrebbe anche lei, voluto volare ancora, sollevarsi al di sopra di tutto e di tutti, intoccabile, ma le ali non ricrescono. Chissà se aveva capito che era finita.
Cercò di alzarsi. Aveva un forte mal di testa. Sentiva ancora tutto il corpo contratto, era tremendamente stanco ed intontito. Era da diversi giorni che dormiva poco di notte. Sentiva che doveva alzarsi, doveva uscire, rimanere lì a pensare non sarebbe servito più a niente. Fece una doccia e rimise la stessa maglietta e i jeans con i quali aveva dormito. Prese il quaderno degli appunti e uscì.
Aveva lezione quella mattina e rischiava di arrivare in ritardo. Non seguì quasi nulla della lezione e appena finita si trattene a parlare con Paul. "Jean, sabato si suona al nuovo locale", disse Paul. "Non so se sabato potrò venire", rispose Jean. "Perché? Ci devi venire e poi tra un mese c'è il concerto".n"Lo so ma in questi giorni non ho voglia di suonare". "Ho capito, è successo qualcosa con....".
"No. Non è per lei e poi ora non ho voglia di parlarne". Tornò a casa, erano già le tredici. Non aveva voglia di mangiare. Accese lo stereo, raccolse da terra la foto, la strappò e la buttò via senza guardarla. Sentì squillare il telefono. Abbassò il volume dello stereo e al terzo squillo rispose.
Era lei:"Jean devo parlarti". Avrebbe voluto avere la forza di riattaccare ma non ci riuscì. Gli tornò in mente quello che era successo la sera precedente, quello che si erano detto.
"Non voglio più sentire niente da te. Mi fidavo di te e poi ti volevo bene. È finita".
"Calmati volevo solo parlarti...".
"Perché ? Ti faccio pena? Hai paura che faccia una sciocchezza? Ti dispiace forse di me? Posso fare anche a meno di te. Posso vivere anche con le ali rotte, non ho più bisogno di volare". Riattaccò. Le ultime frasi per lei sarebbero state incomprensibili. A lui erano venute fuori spontaneamente per via del sogno e dell'episodio della sua infanzia. Alzò il volume e si sdraiò sul letto. Chiuse gli occhi. Vedeva ancora quell'immagine. Era ancora lei e il suo viso era ancora più nitido della sera precedente. Rivedeva quegli occhi, quei capelli scuri, lunghi, lisci che aveva carezzato un'infinità di volte, quel suo viso così dolce, le sue labbra che aveva desiderato tanto e che timidamente avevano ricambiato i suoi baci, il suo corpo che aveva amato proprio su quel letto. Non stavano bene? Che bisogno c'era di rovinare tutto? O forse lei non lo amava più già da un po' e non glielo aveva mai detto? Questo pensiero lo tormentava. E se fosse davvero così? E se davvero lei non provava già da un po' niente per lui e si faceva toccare, baciare solo per abitudine, solo perché era incapace di dirgli "Basta, è finita".
Era stato lui a dirlo, non per sua scelta, non per sua volontà. Lei aveva già deciso tutto, aveva preparato ogni cosa. È certo che lei non soffriva quanto lui che in pochi giorni aveva perso tutto quello in cui credeva.
Ripensava a quello che le aveva detto una volta. "L'amore è un salto nel buio, non per questo non bisogna saltare. Bisogna farlo però insieme e nello stesso momento, presi per mano. L'amore non è altro che una coincidenza: due situazioni che si verificano contemporaneamente, il salto di due ragazzi nello stesso istante. Basta una frazione di secondo per non ritrovarsi più nel buio e perdersi per sempre".
Forse era successo proprio quello. Egli le aveva sempre tenuto la mano, ora era lei che la rifiutava. Si era svincolata dalla sua presa e ora egli stringeva niente, il buio, il vuoto. Uscì sul balcone della sua stanza al quinto piano, guardò di sotto e ripensò alla farfalla. Pioveva ed era già buio. Si sedette sul muretto del balcone con le gambe fuori continuando a guardare giù. Chiuse gli occhi e più di una volta era sul punto di lasciarsi andare. Sentiva la pioggia fredda sul viso. Pensò che fosse un regalo utile fattogli dal cielo, infatti, anche piangendo, aveva poche lacrime. Quelle erano lacrime regalategli dal cielo, cadevano in suo onore. Forse il cielo si era commosso per la sua storia? Forse il mondo intero compiangeva la sua situazione? Ricordò gli ultimi versi di una sua canzone e li recitò ad alta voce quasi urlando, prendendo in prestito le lacrime del cielo:

Non
è il mio tempo
Il sole è tramontato
il rumore si è dissolto nel silenzio
la luce nel buio
l'ultimo atto di coraggio
l'ultimo atto di pazzia
forse l'unico atto di libertà

Stava per lasciarsi cadere e questa volta nessuno l'avrebbe fermato: né il cielo, né il mondo. Quella pioggia, quelle lacrime erano solo l'indifferenza del cielo nei suoi confronti, l'indifferenza del mondo, l'indifferenza di tutti i benpensanti che chiusi nel guscio del loro perbenismo l'avrebbero considerato solo un pazzo. Non lo conoscevano, non sapevano la sua storia, non sapevano nulla di lui. Per loro era solo un folle. Ora era da solo, lui e la sua volontà, lui e la sua potenza. In quel momento si sentiva forte. Per la prima volta decideva da solo della propria vita. Aveva deciso: non voleva morire.
"Posso vivere anche con le ali rotte", si disse, "Non ho più bisogno di volare". In preda ad un impulso che neanche lui sapeva spiegare o controllare, rientrò in fretta e completamente bagnato nella stanza, afferrò il telefono e compose velocemente un numero.
"Pronto Anny...".
Era passato circa un mese da quando aveva visto Anny l'ultima volta. Era di domenica, era andato a trovarla. Voleva vederla, parlarle, tenerle ancora una volta le mani. Si illudeva che tutto, prima o poi ,potesse tornare come prima. Quel giorno, invece, aveva capito che non avevano più niente da dirsi. Egli voleva dirle ancora che le voleva bene, che sentiva tanto la sua mancanza. Inutile dire che questo non era quello che lei voleva sentirsi dire.
Passeggiarono insieme per più di due ore, parlarono di molte cose. Egli le aveva promesso che si sarebbero visti come amici, non avrebbe fatto nessuna allusione al loro rapporto precedente. Dopo un po' che camminavano si sedettero su una panchina, l'uno di fronte all'altra. Gli occhi di Jean cercavano quelli di Anny quasi sempre rivolti in basso.
Erano lì su quella panchina. Jean combattuto dal desiderio di stringerle le mani, lei che evitava il suo sguardo, il suo contatto. Lei era fredda, distante come se stare lì o altrove fosse stata la stessa cosa. Egli provava un senso di vuoto dentro. Le chiese se poteva tenerle la mano; lei non rispose. Jean le strinse la mano ma dopo un po' lei si svincolò. Era triste ammetterlo: non avevano più nulla da dirsi. Il senso di vuoto e di smarrimento per Jean aumentarono. In quel momento si sentiva inutile, nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, a nessuno interessava più di lui.
La persona che aveva di fronte non era la stessa che aveva amato e che amava. Non si capivano più, parlavano in modo differente: soffrivano di incomunicabilità.
Lei parlava dei suoi progetti per le future vacanze estive. Erano cambiati dall'ultima volta che ne avevano parlato insieme. Si erano lasciati con un saluto mentre Jean saliva sul treno. L'avrebbe più rivista?
Mentre ripensava a queste cose era in macchina da solo. Guidava già da un'ora senza una meta precisa. Girò a destra al primo svincolo per immettersi sulla statale. Aveva voglia di correre. Ora tutto gli era indifferente. Non aveva più nessun legame col mondo. Non avrebbe più amato nessuno. Non si sarebbe più interessato a niente. L'amore per lui era essenzialmente dare senza aspettarsi nulla in cambio. Non avrebbe più amato. Non aveva più nulla da dare: si sentiva un bicchiere vuoto.
Non aveva più nessun motivo per vivere e nessuno ugualmente valido per smettere: non faceva altro che sprecare il suo tempo in tentativi inutili. Non sapeva vivere.
Continuava ad aumentare la velocità sulla corsia di sorpasso. Aveva superato i 160 Km/h, poi i 180 Km/h. Era intoccabile, nessuno poteva raggiungerlo, nessuno poteva fermarlo. Per lui era come volare nuovamente, al di sopra di tutto e di tutti. Sterzò bruscamente a destra e la macchina, dopo aver invaso l'altra corsia, impennò sul guard rail come spiccando il volo, l'ultimo per Jean, precipitando giù nella scarpata e incendiandosi nell'impatto col suolo.
...ora si sentiva come quella farfalla: aveva le ali rotte. Era bastato un momento per sentirsele strappare di dosso...
Qual è stato il suo ultimo pensiero?
Non lo sapremo mai. Forse Anny?
No, ormai tutto gli era indifferente. Non era capace d'amare ma non sarebbe mai riuscito ad odiare.

Sul suo tavolo, nella sua stanza fu trovato un biglietto scritto in fretta da lui prima di uscire per l'ultima volta:

Sono la libertà
ma non sono libero.

Jean Keib

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